Documentari

Cuma e Antro della Sibilla su Rete 4 raccontate da Roberto Giacobbo

Napoli da parte a parte. Freedom. (Roberto Giacobbo, Mediaset, 2019).

L'antica città di Cuma ed il mito della Sibilla al centro della puntata di "Freedom, Oltre il confine", programma di Rete 4 ideato e condotto da Roberto Giacobbo. Un viaggio nell'antichità dei Campi Flegrei che, a partire dai racconti dell'Eneide di Virgilio, conduce dritto all'acropoli di Cuma, le gallerie sotterranee in cui hanno vissuto i Cimmeri, ancor prima dei romani e dei greci. Nella più grande colonia greca del Mar Mediterraneo sorse il mito della Sibilla Cumana, l'oracolo a cui tutti si rivolgevano per predire il futuro.

Introduzione a Cuma

La città di Cuma, la più antica colonia fondata dai greci nella penisola italiana e nel Mar Mediterraneo, è stata ritenuta la porta dell'inferno, come narrato da Virgilio nei suoi libri dell'Eneide. In realtà ciò a cui fa riferimento Roberto Giacobbo nella puntata di "Freedom, Oltre il confine", trasmissione andata in onda su Rete 4, è il Lago d'Averno, il luogo in cui Virgilio accompagnò Enea per spalancargli il passaggio verso la città di Cuma al fine di interloquire con la Sibilla.

Lago d'Averno in cui gli uccelli vi morivano a causa dell'odore acre dei suoi fumi: infatti l'origine del nome è greca, "Aornos", ovvero "senza uccelli". Il racconto di Giacobbo parte da una fumarola che però non è né a Cuma nè nel Lago d'Averno, bensì nella Solfatara, ma il vapore ad oltre 100° deve far rendere l'idea dello scenario che si trovò davanti Enea prima di penetrare nell'antro della Sibilla.

I Cimmeri, l'antica civiltà perduta

A Cuma, prima ancora dei romani e dei greci, ci sarebbe stata l'esistenza di un'altra popolazione di cui oggi non ci sono tracce, ovvero i Cimmeri. A riguardo vi sono soltanto alcune testimonianze di studiosi secondo cui essi vivevano sotto terra, nelle gallerie scavate al di sotto della città, e sopravvivevano con i proventi delle miniere. Plurisecolari grotte che attraversano la città e spuntano a mare. Una di esse, nella parte più profonda, porta ad una grande cisterna, anch'essa chiusa al pubblico, che presenta sia ambienti di epoca augustea ma anche un insolito altare con collegamento verso una via d'uscita, un altro pozzo di luce chiuso successivamente.

Alcune di queste gallerie, utilizzate anche da altri popoli invasori come i bizantini, non sono aperte al pubblico, ma conservano dei pozzi e alcune incisioni di ardua comprensione. Una sola è stata rivelata: si tratta di un calendario lunare, una sorta di linea del tempo scandita da 29 tacche (20 nella parte superiore e 9 in quella inferiore) che rappresentano le varie fasi lunari. E se quella relativa ai Cimmeri fosse solo una leggenda? Purtroppo non ci sono certezze visto che nessun oggetto è stato lasciato in eredità.

Il mito della Sibilla Cumana

Una cosa è certa, ovvero che a Cuma è sempre esistito il mito della Sibilla, l'oracolo a cui tutti si rivolgevano per conoscere il proprio futuro. Una profetessa le cui predilezioni avevano una importanza fondamentale per i greci prima e i romani poi, poiché esse risultavano decisive per le sorti delle guerre. Come tutte le sacerdotesse profetiche, anche la Sibilla Cumana riceveva gli oracula dal Dio Apollo e masticando foglie d'alloro o aspirando fumi intossicanti, invasate, come se fossero possedute, rivelava il futuro urlando oppure scrivendo su foglie di palma.

L'antro della Sibilla è un lungo corridoio composto da un centinaio di ampi passaggi, con un centinaio di porte attraverso cui, secondo le antiche leggende, si diffondeva la voce e i responsi della Sibilla provenienti dalla piccola stanza, poco meno di 4 metri circa, in cui risiedeva.

Da antichi racconti è stata tramandata la leggenda che voleva il Re di Roma Tarquinio il Superbo acquistare nove libri scritti direttamente dalla Sibilla. Il Re, però, ritenne 300 filippi un prezzo troppo alto per cui la Sibilla decise di bruciarne tre stabilendo lo stesso prezzo anche per i restanti sei. Tarquinio continuò a rifiutare l'offerta e l'oracolo ne bruciò altri tre pretendendo sempre 300 filippi per i restanti tre. A quel punto al Re venne consigliato di comprare i tre libri rimasti al prezzo che voleva la Sibilla, onde evitare sacrilegi, e per centinaia di anni essi rimasero custoditi a Roma, fino al 400 d.C., ovvero quando vennero distrutti per sempre.

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